“Quanto avrai di pensione” l’Inps invia le simulazioni valide solo se l’economia tira

“Quanto avrai di pensione” l’Inps invia le simulazioni valide solo se l’economia tira

VALENTINA CONTE
ROMA.
Avere trent’anni oggi, lavorare da cinque guadagnando mille euro netti al mese e sapere di riceverne 2.278 dal primo novembre 2056, una volta in pensione. Troppo bello per essere vero? E invece è proprio così. Il calcolo è dell’Inps e arriverà nei prossimi giorni all’interno della ormai celebre busta arancione, la lettera che rivela la pensione futura. «Un’informazione base», la definisce il presidente Tito Boeri, accompagnata dall’invito a dotarsi di Pin o Spid, la nuova chiave digitale unica per tutti i servizi della pubblica amministrazione, e andare sul sito Inps per variare la simulazione. Perché il nodo è tutto qui: lo scenario base che l’Inps metterà in 7 milioni di buste di lavoratori del settore privato e in un milione e mezzo di cedolini di statali, da spedire al ritmo di «150 mila al giorno» a partire da domani, è ultra-roseo.
E per tre motivi. Primo, si basa su una crescita stimata del Pil e dello stipendio dell’1,5%, di qui al momento dell’uscita. Secondo, si ipotizza una carriera continua e senza buchi. Terzo, l’importo della pensione simulata è lordo. Il trentenne dunque deve sapere che se tutto va bene la sua pensione netta, nello scenario base, sarà di 1.757 euro, non 2.278. Ma la busta arancione non lo dice. E per visionare altri scenari bisogna interrogare il simulatore “La mia pensione” sul sito Inps.
Ad oggi 13 milioni di lavoratori hanno il Pin, ma solo in 9 milioni l’hanno usato per sbirciare le proiezioni della pensione e di questi appena la metà ha provato qualche altro scenario. Ben 12 milioni di lavoratori sono invece sprovvisti di accesso digitale e il 42% tra loro ha meno di 40 anni, i più disinteressati al futuro previdenziale, seppure i più esposti a pensioni basse. Sette milioni di questi ignari del web saranno coinvolti da domani grazie alle buste arancioni. In tutto, entro il 2016, l’Inps intende raggiungere 18 milioni di contribuenti, stimolandoli ad occuparsi di ciò che sarà. Un compito sacrosanto e atteso da tempo.
Eppure c’è una bella differenza tra quanto gli italiani leggeranno nella busta arancione e quanto possono simulare sul sito. Il nostro trentenne ad esempio scoprirà solo grazie al sito che nello scenario prudenziale, con il Pil che avanza in media dell’1% e una carriera piatta al netto dell’inflazione, sempre tarata sui mille euro netti al mese (quindi zero aumento di stipendio di qui al ritiro), la sua pensione nel 2056 sarà di 1.580 euro lordi, cioè 1.283 netti. Tra il netto dello scenario base trovato in busta arancione e questo nuovo netto c’è una differenza del 27%, quasi 500 euro in meno al mese, calcola Progetica, società indipendente di consulenza. Non poco. Senza pensare che l’Inps non fornisce l’importo netto, ma sempre al lordo delle tasse, rendendo ardue le conclusioni, ad esempio pensare a una qualche forma di previdenza integrativa.
Sul sito Inps, oltre allo scenario base inserito nella busta arancione (Pil e carriera +1,5%), è possibile dunque simulare altri due scenari: uno cauto (Pil +1%, carriera zero variazioni) e uno ottimistico (Pil +1,5% e carriera +5%, immaginando ad esempio una promozione finale a dirigente). Ma quanti sapranno districarsi nelle opzioni? E quanti poi potranno interpretarne gli esiti? Il rischio è che molti lavoratori trovino consolatorio l’esito della busta arancione e rinuncino ad approfondire.
Curioso poi che l’Inps non consenta di fare previsioni con un Pil più basso dell’1% o negativo, come è stato per cinque anni dal 2008 ad oggi. Anzi, fino a dicembre sul sito era inserita solo la simulazione con il Pil all’1,5%. Da gennaio affiancata dal +1%. Eppure questo è un dato cruciale. «Abbiamo calcolato che il trentenne da mille euro prenderebbe 270 euro in meno al mese di pensione, se il Pil medio crescesse dello 0,5% anziché 1,5% e la sua carriera fosse piatta, senza aumenti salariali », racconta Andrea Carbone, partner di Progetica. «Questo ci insegna che un dato sovra o sottostimato può avere rilevanti conseguenze in tema di pianificazione previdenziale. E che, nonostante la lodevole iniziativa di Boeri, il cittadino abbia comunque bisogno di essere affiancato da esperti».
La scelta di legare il calcolo della pensione al Pil risale al 1995 e sembrava di buon senso. D’altro canto negli ultimi quarant’anni, ad eccezione della grande crisi, il Pil è stato negativo solo due volte, nel 1975 (-2,1%) e nel 1993 (-0,9%). Non più un’eccezione, ormai.
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